mercoledì 10 maggio 2017

Mafia e Chiesa, quel legame inconfessabile fra scomuniche e processioni

Che rapporto c'è tra Chiesa e mafia? Le scritte minacciose apparse di recente sui muri di Locri e Palermo contro il fondatore di 'Libera', don Luigi Ciotti, hanno mostrato una volta di più quanto il tema sia ancora di attualità e carico di tensioni. Se le organizzazioni criminali vivono dentro il tessuto sociale e si appropriano di tradizioni, riti e simboli religiosi, le istituzioni ecclesiastiche da tempo si misurano col tentativo di rompere ogni forma, esplicita o silenziosa, di omertà e complicità, e le resistenze, pure al loro interno, non mancano. 
(Articolo pubblicato su Lettera43 nell'aprile 2017)
Nei giorni scorsi ha destato scalpore il fatto che, proprio mentre si celebrava la giornata in memoria di tutte le vittime di mafia (21 marzo), minacce pesanti venissero indirizzate a don Ciotti, da molto tempo noto per il suo impegno antimafia. Migliaia di persone si erano ritrovate a Locri, in Calabria, e manifestazioni analoghe si sono tenute in tutto il Paese. “Don Ciotti secondino, don Ciotti sbirro, Dalla Chiesa assassino” (il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso da Cosa nostra nel 1982); queste alcune delle frasi comparse prima sul vescovado di Locri, poi a Palermo, all'ingresso di una villetta pubblica intitolata a Rosario Di Salvo, l'autista di Pio La Torre ucciso insieme al segretario regionale del Pci il 30 aprile del 1982.

A descrivere con crudezza lo stato delle cose è stato il vescovo di Locri, Francesco Oliva, in un'intervista al Correre della Sera. “Manifestazioni come le processioni – ha detto - sono ormai svuotate di contenuti religiosi. Noi vietiamo la raccolta di denaro ma qualcuno pretende che si faccia. Perché deve poi investirlo in vari business che non c'entrano alcunché con le iniziative caritatevoli. E' tutto bloccato da vecchie, anacronistiche tradizioni che alimentano il malaffare. E questo è solo un esempio”. Le processioni di cui parla il vescovo, sono quelle che si svolgono nei paesi per la festa patronale o per celebrare un culto mariano locale; tradizioni antiche di quei borghi calabresi dominati dalla 'ndrangheta, oggi una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo tanto da essere trattata con rispetto e timore anche dai famigerati cartelli della droga messicani, autentiche macchine della morte, che con le 'ndrine calabresi, passando da porti di Gioa Tauro o Amsterdam, fanno affari d'oro trafficando droga.

E allora cosa fa il prete di paese, quello che vive nell'Aspromonte, fianco a fianco con i membri di quella famiglia mafiosa? Spesso cede, fa sì che la processione si fermi davanti alla casa del boss locale per una sorta di 'inchino' della statua del santo o della Madonna in segno di rispetto, accetta che la pratica religiosa e quella malavitosa si mescolino, diventino quasi un tutt'uno. Rompere questo meccanismo non è facile, la Chiesa, dicono i preti più impegnati, deve recuperare il senso della sua 'profezia' e i pastori con coraggio seguire strade nuove e rischiare anche in prima persona seguendo il Vangelo.

Ma appunto se la Chiesa vive di simboli, qualcosa è successo quando don Pino Puglisi, nel maggio del 2013 - Papa Francesco era stato eletto da appena due mesi - venne proclamato beato diventando il primo martire della Chiesa morto per mano mafiosa. Puglisi operava nel quartiere Brancaccio di Palermo e se la vedeva con mafiosi potenti, i fratelli Graviano, il boss Leoluca Bagarella. E' una storia difficile quella della Chiesa che prova a rompere con la mafia alla quale ha dato una mano non indifferente lo stesso Pontefice argentino. Nel giugno del 2014, Bergoglio, di fronte a 250mila persone convenute ad ascoltarlo nella piana di Sibari, in Calabria, disse senza mezzi termini: “Quando non si adora Dio si diventa adoratori del male. La 'ndrangheta è adorazione del male. E il male va combattuto, bisogna dirgli di no. La Chiesa deve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere. I mafiosi sono scomunicati, non sono in comunione con Dio”. Parole che hanno lasciato il segno e stanno dando un po' alla volta dei frutti.

D'altro canto per il Papa il problema mafia non è solo un fatto italiano, anzi. Dall'inizio del pontificato Francesco denuncia con decisione la prepotenza del narcotraffico in America Latina, l'enormità delle violenze di cui è responsabile e i fenomeni ad esso legati come la corruzione pubblica, la tratta dei migranti, il traffico d'armi, lo sfruttamento dei più poveri. Negli ultimi anni i narcos sono arrivati anche in Argentina e i preti delle periferie, delle “villas miserias” che si oppongono alla mafia vengono uccisi o 'suicidati' come è accaduto a Juan Viroche, parroco di La Florida, nella provincia di Tucùman, trovato impiccato a casa sua nell'ottobre del 2016; il prete denunciava narcotraffico e sfruttamento della prostituzione https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-verit-su-padre-viroche-una-battaglia-di-giustizia. Ma in America Latina, sul versante opposto a quello del martirio, ha pesato pure il rapporto fra cartelli della drogae istituzioni, clero compreso, un legame che ha coinvolto non di rado i massimi livelli della gerarchia ecclesiastica.

E' il caso, per esempio, del cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo, ultraconservatore, per molti anni presidente del Pontificio consiglio per la famiglia in Vaticano, scomparso nel 2008. Due anni prima, nel 2006, l'avvocato Gustavo Salazar Pineda, a lungo rappresentante degli interessi del cartello della droga di Medellin guidato dal potentissimo Pablo Escobar (morto nel 1993), rivelò che il cardinale aveva ricevuto ingenti somme di denaro provenienti da Escobar tramite un fiduciario e cugino del boss, Gustavo Gaviria; resta da chiedersi se almeno una parte di quei soldi non sia poi finita anche in Vaticano. Le parole di Salazar, autore di un volume dal titolo esplicito che ha svelato molti aspetti sconosciuti della vita di Pablo Escobar: “El confidente de la mafia se confiesa”, sono state riprese da gran parte della stampa latinoamericana e le ha confermate lui stesso di recente a un emittente radiofonica argentina (http://www.mdzol.com/entrevista/707613-el-abogado-de-la-mafia-se-confiesa-los-malos-son-seductores/); i fatti si riferivano al periodo in cui Lopez Trujillo era arcivescovo di Medellin.

Di recente, infine, un altro caso emblematico è accaduto a Corleone, in Sicilia, dove nel
dicembre scorso Giuseppe Salvatore Riina, figlio del capomafia corleonese Totò, e anch'egli mafioso, scontata la condanna a più di 8 anni di carcere, era rientrato a Corleone per fare da padrino al battesimo della figlia della sorella, dopo avere ottenuto il permesso dal giudice e con il placet di don Vincenzo Spizzitola, parroco della chiesa dove si svolgeva la cerimonia. Il vescovo di Monreale, monsignor Michele Pennisi, la cui diocesi comprende appunto Corleone, ha risposto emettendo nel marzo scorso, un decreto nel quale si afferma: “Non possono essere ammessi all'incarico di padrino del battesimo e della cresima coloro che si sono resi colpevoli di reati disonorevoli o che con il loro comportamento provocano scandalo; coloro che appartengono ad associazioni di stampo mafioso o ad associazioni più o meno segrete contrarie ai valori evangelici ed hanno avuto sentenza di condanna per delitti non colposi passata in giudicato”.

La vicenda dimostra come la questione sia tutt'altro che chiusa e come le pressioni della mafia per interferire ed estendere la propria presenza anche ai momenti più significativi della vita religiosa della comunità, siano sempre forti. Infine vale la pena sottolineare come l'episodio abbia provocato un certo dibattito anche all'interno della stessa Chiesa. Il decreto di mons. Pennisi è stato ovviamente approvato anche dai sacerdoti siciliani più sensibili ai temi sociali, e tuttavia padre Antonio Garau parroco della chiesa di San Paolo Apostolo a Borgo Nuovo, ha pure osservato: “Un mafioso se è dichiaratamente mafioso è scomunicato dalla Chiesa, non può accostarsi ai sacramenti. Né può essere padrino. Questo è già sancito dal Santo Padre. Non credo che ci sia bisogno di un
decreto visto che già c'è la scomunica per chi è mafioso. Se il prete conosce la persona e sa perfettamente chi è, non può consentirgli di fare il padrino di battesimo o cresima. Dirò di
più, se un mafioso si accosta al sacramento, questo è nullo. Non ha nessuno effetto”; “il mafioso – ha aggiunto - non può vivere la vita sacramentale perché è un controsenso, la sua cultura è per una vita di violenza e non di perdono”. La polemica appare evidentemente diretta verso quei sacerdoti che, in prima istanza, accettano e accolgono le richieste dei mafiosi, la loro presenza in Chiesa e il loro ruolo nel corso di riti e celebrazioni (pur avendo tutti gli strumenti per dire 'no'); segno che il problema è tutt'altro che risolto.


Francesco Peloso

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