venerdì 16 giugno 2017

La difficile missione del card. Bassetti, rimettere in moto la Chiesa italiana

Anche i vecchi hanno dei sogni e delle visioni”, e proprio per tale ragione il Papa ha mostrato coraggio “nell’affidarmi questa responsabilità al crepuscolo della mia vita. È davvero un segno che crede alla capacità dei vecchi di sognare”. Parte così il nuovo presidente della conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve che ha già compiuto 75 anni, un'età che, secondo la legge della Chiesa, è quella in cui i vescovi rimettono il loro mandato nelle mani del Papa (è poi quest'ultmo a decidere se prorogarlo). 

...Per Bassetti invece inizia ora una sorta di 'mission impossibile': risollevare le sorti della Chiesa italiana avviata verso una lenta e stanca decadenza.

L'arcivescovo di Perugia ha avuto un primo breve incontro con la stampa poco dopo aver ricevuto la notizia della nomina da parte del Papa, mercoledì in tarda mattinata nell'Aula Paolo VI, mentre tutto intorno a piazza San Pietro e per le strade del centro della capitale, l'attenzione era catturata dalla visita del presidente Trump e del suo clan in Vaticano da Papa Francesco. E se presto il cardinale avrà modo di rispondere più nel merito e più precisamente alle tante sfide e questioni aperte che lo attendono, alcune indicazioni di massima relative al suo stile di governo le ha date con chiarezza già da questa sua primissima uscita pubblica da presidente.

Il sogno in primo luogo, dunque, la capacità di avere una visione, di non adeguarsi alla realtà così com'è; un'impostazione molto in sintonia con quella di papa Francesco che chiede a sacerdoti e vescovi di rompere gli schemi, di rimettere al centro la parola profetica senza curarsi dei conformismi, anche e soprattutto di quelli clericali, superando le abitudini e le chiusure preconcette e bigotte nella 'legge' che alla fine rischia di prevalere sul Vangelo. Facile a dirsi, ma farlo è un'altra cosa.

In secondo luogo, tuttavia, Bassetti ha spiegato: “non ho programmi preconfezionati da offrire, perché nella mia vita sono sempre stato abbastanza improvvisatore”. Un'affermazione coerente con quella precedente e che fa intendere come proverà a rispondere ai problemi non seguendo per forza le strade del passato, anzi. L'improvvisazione è metodo che permette di rompere anche cordate, pressioni, 'suggerimenti' interessati. E infine il richiamo a quella parola, “collegialità”, che significa da una parte potere non autoritario, scelte condivise, volontà di non fare tutto da solo; dall'altra indica la volontà di costruire una Chiesa più aperta più partecipata anche nelle scelte; si tratta di un richiamo netto alla riforma conciliare.

Del resto l'uomo è noto per la sua attitudine pastorale, per essere un vescovo amato nella sua diocesi anche se, spiega chi lo conosce bene, “non manca di pelo sullo stomaco”. D'altro canto quel richiamo al “crepuscolo della vita” può anche essere inteso come l'intenzione di raccogliere senza paura l'ultima importante sfida di una intensa vita al servizio della Chiesa, senza eccessivi calcoli. Lo stile appare totalmente diverso da quello del cardinale Angelo Bagnsco, arcivescovo di Genova, per dieci anni alla guida della Cei in una continuità soft con il lungo regno del cardinale Camillo Ruini, 15 anni da presidente dei vescovi e 5 da Segretario. Trent'anni gusti giusti in cui la scelta neoconservatrice della Cei, pur non univoca e pur non mancando le voci differenti al suo interno, ha segnato la vita del Paese nel passaggio fra prima e seconda Repubblica, fra guerra fredda e globalizzazione. Un'epoca caratterizzata dal rapporto quasi soffocante fra i vertici ecclesiali e il potere politico. Francesco ha inteso mandare in frantumi questa impostazione, e sulle prime ha incontrato forti resistenze. Non è un mistero che i rapporti fra lui e il cardinale Bagnasco sono spesso stati difficili così come diffidenti e impauriti si sono mostrati molti vescovi rispetto all'idea di una “chiesa in uscita”, che provasse di nuovo a mescolarsi al mondo senza paura e senza nascondersi dietro il catechismo, brandito più come il libretto rosso di Mao che come un insieme di punti di riferimento morali da articolare nella società in dialogo con essa.

La Cei in prima battuta ha rifiutato pure l'indicazione del Papa di eleggersi direttamente il proprio presidente come avviene in tutte le altre conferenze episcopali del mondo: accettare la 'via democratica' voleva dire perdere il privilegio dell'italianità, cioè il rapporto preferenziale con la Santa Sede; il papa doveva continuare a scegliere il capo della Cei perché questo era il 'destino' della Chiesa italiana differente da tutte le altre e 'consigliera' principale del Pontefice. Nel braccio di ferro fra il Papa e la Cei è nato un meccanismo degno dei dibattiti sulle riforme elettorali che affliggono da decenni l'Italia. L'assemblea generale dei vescovi fa emergere una terna di candidati – in cui tutti e tre i candidati superano il 50% dei voti e per questo si ricorre a una serie incalzante di votazioni - poi il Papa indica il presidente (ma la terna ovviamente non è vincolante, resta la discrezionalità del Papa). Francesco nei giorni scorsi ha fatto capire ai vescovi che se a lui restava tale privilegio, l'avrebbe esercitato fino in fondo se l'assemblea fosse andata per la strada sbagliata. Alla fine in ordine di votazione sono usciti Gualtiero Bassetti, Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, e Francesco Montenegro, cardinale e arcivescovo di Agrigento. Tutti e tre di area bergogliana sia pure con caratteristiche differenti.

Il cardinale Giuseppe Betori, ex segretario della Cei guidata da Ruini e arcivescovo di Firenze, ha preso una quarantina di voti. Era il candidato dei conservatori, ma non è riuscito nemmeno a entrare nella terna; segno che un smottamento alla fine anche nella tradizionalista chiesa italiana, c'è stato. La vulgata di quete ore vuole che i conservatori abbiamo votato Bassetti come ipotetico 'male minore' (Brambilla sul piano del governo interno e Montenegro sul quella pastorale, potevano spaventare di più). Se le cose stanno davvero così, tuttavia, è da vedere. Fra problemi finanziari crescenti, il declino del clero la cui età media supera i 65 anni, la necessità di riformare la vita della Chiesa, di aprirsi al laicato, di raccogliere infine le grandi sfide teologiche e pastorali lanciate da Francesco, Bassetti ha davvero un compito arduo. Fra l'altro ha davanti un solo quinquennio, poi raggiunti gli 80 anni lascerà. Una presidenza di transizione, dunque? Si tenga presente che Bergoglio è stato eletto all'età di 77 anni, insomma sotto questo profilo non ci sono certezze.

Bagnasco, infine, lascia dietro di sé una Chiesa un po' paludata, che non ha saputo lasciare dietro di sé le secche ideologiche dei 'principi non negoziabili' per andare verso quegli 'scartati', gli esclusi dalla globalizzazione nel nord come nel sud del mondo, indicati da Francesco come il cuore della missione cristiana. Il Papa non avanza una richiesta di indifferentismo etico, ma di riscrittura delle priorità del cristianesimo; una scelta che l'arcivescovo di Genova, e con lui tanti vescovi, non hanno voluto capire. Un discorso che, almeno in parte, vale pure per un laicato cattolico ancora troppo fermo dopo quattro anni di pontificato.

Ma appunto per comprendere la 'visione' di Bassetti, e la sua sostanziale sintonia con il vescovo di Roma, si può leggere quanto, solo pochi giorni fa, lo stesso Bassetti scriveva in un editoriale pubblicato dall'Osservatore romano (edizione del 21 maggio); Bassetti descriveva in questi termini il momento che ci troviamo a vivere in particolare nel vecchio continente: “L’Europa come luogo di incontro e come comunità solidale si è trasformata al contrario in un spazio popolato da individui che sembrano non riferirsi più a uno stesso codice morale”.

“Questo stato di smarrimento – aggiungeva - genera oggi paura e angosce collettive. Paura di vivere in una società senza identità, sempre più complessa e plurale. Paura dell’altro perché non lo si riconosce più come un nostro simile. Paura soprattutto nei confronti del forestiero. Che non solo è costretto a vivere come un apolide in terra straniera, ma che, sempre più spesso, è diventato una sorta di capro espiatorio di tutti i mali della nostra società. Paura che nasce — si può dire con una sintesi estrema — anche dall’aver smarrito la coscienza dell’Europa come spazio di dialogo e di confronto”. Da qui la ricerca, attraverso la fede, di un nuovo modello di modernità che guardi in primo luogo alla persona e che non rinunci alla trascendenza. Programma impegnativo.

Articolo uscito su Lettera43 a maggio 2017


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