lunedì 19 giugno 2017

Riformare l'islam? e' possibile, e il modello è il Concilio Vaticano II

Riformare l'islam come il Concilio Vaticano II fece con il cattolicesimo, superare l'immobilismo di una tradizione religiosa e culturale che vive il rapporto con la modernità e l'occidente all'insegna della paura o del vittimismo, e quindi spesso del conflitto. 
la Moschea blu di Istanbul

...Ad aver posto la questione in termini così espliciti negli ultimi anni (anche sulla spinta dell'innovativo pontificato bergogliano), con tanto di riferimenti a Giovanni XXIIII, il Papa che indisse il Concilio, è stato Mohammad Sammak, intellettuale musulmano libanese, consigliere del Gran Muftì del suo Paese, artefice del dialogo islamo-cristiano. Sammak è stato anche invitato, in qualità di osservatore, a un paio di sinodi dei vescovi in Vaticano, ha poi preso parte all'ultimo incontro interreligioso di Assisi organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio nel 2016, al quale partecipò pure papa Francesco.

Non a caso, secondo Sammak, un testo chiave del Concilio cui il mondo islamico deve guardare con attenzione, è la dichiarazione “Nostra Aetate” (1965), ovvero il documento con il quale la Chiesa di Roma chiudeva definitivamente con l'antisemitismo e l'antigiudaismo e apriva la stagione del dialogo con le altre religioni, a partire appunto da quella ebraica e dall'islam, stabilendo quindi una sorta di priorità nel confronto fra le tre grandi fedi abramitiche. “Dopotutto, essere musulmani – sostiene il libanese Sammak - vuol dire credere in tutti i messaggi di Dio, e in tutti i suoi messaggeri, quelli che sono citati nel Santo Corano e quelli che non lo sono”. Un ragionamento in sintonia con quanto si afferma nel documento “Nostra Aetate”, a proposito delle altre fedi: “la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”.

La provocazione o il sogno di Sammak, si scontrano certo con la realtà di questi anni devastati da lunghi e sanguinosi conflitti in diversi Paesi dell'area mediorientale, fra le aspirazioni frustrate di una più matura affermazione dei diritti umani e civili, e l'irruzione violenta di gruppi e correnti dell'estremismo fondamentalista. Tuttavia, nel tumulto dell'epoca, segnata da una transizione culturale e sociale che investe il mondo islamico nel suo insieme (incluse le sue numerose versioni asiatiche) e diventata centrale nello scenario globale a partire dal 2001 con gli attentati di New York e Washington, considerando l'11 settembre una data simbolo cui fare riferimento, sta succedendo anche altro.

In effetti la discussione all'interno delle istituzioni islamiche, inevitabilmente costellata di inciampi e ritardi dato il contesto di guerra quando non di catastrofe umanitaria entro il quale si svolge, prosegue e sta dando interessanti frutti. E' quanto sta avvenendo nell'autorevole istituzione accademica sunnita di Al Azhar, al Cairo, guidata dal grande imam Ahmed al Tayeb, il quale – prima timidamente e col passare del tempo in modo sempre più esplicito – sta scegliendo di disincagliare l'islam non solo dal terrorismo, separazione avvenuta da tempo (e in questo senso molti esponenti religiosi e studiosi musulmani parlano ormai di eresia rispetto agli slogan dei gruppi estremisti, di tradimento dell'islam), ma anche da un tradizionalismo immobile nel quale non di rado si annidano i germi di visioni autoritarie.

In tal senso Al Tayeb, che ha riavviato in modo proficuo il dialogo con la Santa Sede e con Papa Francesco dopo un periodo di freddezza risalente al pontificato precedente, ha parlato di “universalismo islamico”. In tal modo ha declinato un modello per i Paesi a maggioranza musulmana entro il quale è possibile il pluralismo poiché è stato Allah, Dio stesso, ad aver concepito e voluto le diversità affinché i popoli e gli esseri umani imparassero a vivere in fraternità e apprezzando le reciproche differenze. Nel marzo scorso, poi, il fiume carsico del riformismo è finalmente emerso in superficie nel corso di un convegno organizzato proprio dall'università di Al Azhar insieme al Consiglio dei saggi musulmani (istituzione che ha sede a Dubai), in cui circa 600 delegati – presenti anche dei cristiani – provenienti da 50 Paesi, hanno sottoscritto una “Dichiarazione di reciproca coesistenza islamo-cristiana”; dall'incontro sono emersi alcuni punti fermi: la conferma del rifiuto della violenza messa in atto in nome della fede (principio ormai consolidato del dialogo interreligioso), quindi il chiaro riferimento al criterio della cittadinanza quale strumento per garantire la convivenza pacifica fra credenti e comunità di diverse religioni all'interno di uno Stato.

In un significativo intervento conclusivo, Al Tayeb chiariva che il cosiddetto 'doppio standard', cioè le forme di discriminazione – le restrizioni dei diritti - in base all'appartenenza religiosa, presenti spesso in vari Paesi musulmani, non poteva più essere accettato; al contrario il grande imam di Al Azhar sottolineava la necessità di diffondere il principio di cittadinanza e le norme fondamentali dello Stato di diritto per garantire la convivenza fra i cittadini di diversa fede (superando il concetto di minoranza estranea). Di fatto, il tentativo che Al Azhar sta portando avanti, è quello di traghettare l'islam nel XXI secolo introducendolo a un confronto aperto con la modernità e superando di conseguenza le secche dell'identitarismo islamico, tutto sommato debole e incapace di misurarsi positivamente con l'Occidente.

In una prospettiva simile, ma più tipicamente religiosa, va considerata la recente decisione assunta dal Consiglio religioso degli Ulema del Marocco, in materia di apostasia; l'abbandono della fede islamica, stabilivano i teologi, non doveva più essere punito con la pena di morte. Così facendo il Consiglio correggeva una sua stessa decisione presa in precedenza (e comune a tutti i Paesi islamici) che affermava il contrario. Di fatto, spiegava il documento, il Corano non parla né di conversione né di apostasia; solo nella Sunna, cioè nel testo che raccoglie i detti del Profeta e istruisce su comportamenti, abitudini e consuetudini e che è spesso alla base della legge islamica (Sharia), c'è un riferimento alla possibilità di uccidere chi cambia fede.

In primo luogo la decisione si inserisce le tentativo di combattere il fondamentalismo e aprirsi progressivamente a una società plurale portato avanti dal re del Marocco Mohammed VI; ma di certo le decisione degli Ulema costituisce anche un precedente clamoroso, basta leggere la motivazione della decisione rispetto al passaggio in cui si parla dell'uccisione di chi lascia la fede musulmana: “La comprensione più accurata – spiegano infatti i dotti islamici nel testo dal titolo 'La via degli eruditi' - e la più coerente con la legislazione islamica e la Sunna del Profeta, è che l'uccisione dell'apostata significava l'uccisione del traditore del gruppo, l'equivalente di tradimento nel diritto internazionale, gli apostati in quell'epoca rappresentavano i nemici della Umma (la comunità di tutti i musulmani, ndr) proprio perché potevano rivelare segreti agli avversari”. In tal modo si afferma il principio dell'interpretazione storica della Sunna, una delle fonti della Sharia, sulla quale si è costituita una tradizione col tempo diventata anacronistica o fonte di chiusure e fondamentalismi.

Quest'articolo è stato pubblicato sul numero di maggio-giugno 2017 della rivista EastWest

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